IN DIFESA DEI SANTI ESICASTI

PRIMA DOMANDA
Ho sentito dire da alcuni che anche i monaci dovrebbero ricercare la saggezza profana per liberarsi dall'ignoranza e dalle false credenze e che, sebbene si raggiunga la più grande impassibilità, non si può tuttavia acquistare la perfezione e la santità se non si recupera il sapere, in particolare quello dell'educazione ellenica, pure esso dono di Dio, come quello concesso attraverso la rivelazione ai profeti e agli apostoli. Tale saggezza fa sì che l'anima acquisti la conoscenza degli esseri, arricchisca la facoltà cognitiva, potenza superiore dell'anima, e scacci tutte le malvagità poiché le passioni nascono proprio dall'ignoranza e in essa si fortificano. Per questi filosofi la sapienza ellenica porta, inoltre, alla vera conoscenza di Dio, cui si può giungere solo attraverso la comprensione delle sue creature.
Comunque, non sono stato affatto convinto dai loro argomenti, perché la mia breve esperienza di vita monastica mi dimostrava il contrarlo, d'altra parte non ho potuto nemmeno difendermi perché parlavano con alterigia: «Non ci occupiamo solamente dei misteri della natura, misuriamo il ciclo celeste, studiamo gli opposti movimenti stellari, le loro congiunzioni, le loro fasi ed il loro levarsi, ricerchiamo le conseguenze che ne derivano e ne siamo orgogliosi e dato che le ragioni di questi fenomeni si trovano nell'Intelligenza divina prima e creatrice, mentre le immagini di queste ragioni esistono nella nostra anima, ci premuriamo di conoscere queste ragioni per liberarci dai segni dell'ignoranza con i metodi della distinzione, del ragionamento e dell'analisi, volendo così, vivi o morti, essere secondo la somiglianza del Creatore».
Sono stato incapace di confutare queste argomentazioni custodendo davanti a loro il silenzio, ma oggi, o padre, ti chiedo di insegnarmi quello che devo dire per difendere la verità e per essere pronto, come dice l'apostolo, a rispondere della nostra speranza (1Pt 3,15).
PRIMA RISPOSTA
1. Fratello, come dice l'apostolo, è bene confermare il proprio cuore nella grazia (Eb 13,9), ma attraverso la parola come si fa ad esprimere il Bene die sta al di là della parola? Pure in questa circostanza bisogna rendere grazie a Dio, perché ti ha riferito questa grazia che non giunge allo spirito di coloro che pensano di sapere tutto nella profusione della loro saggezza. Sebbene tu non riesca a convincerli non devi dispiacertene. La tua convinzione si fonda, infatti, sull'esperienza e, avendo di che sostenerti al fondamento della verità, rimarrai pienamente saldo e sempre immutabile. Quanto a quelli che si appoggiano a costruzioni logiche, certamente cambieranno modo di pensare. Poiché «ogni parola contesta un'altra parola», evidentemente essa stessa è oggetto di confutazione ed è impossibile scoprire quale altro poi la trascinerà via, assicurandosi anch'essa di non essere a sua volta rovesciata. Gli Elleni l'hanno dimostrato bene, tanto che i saggi che seguono il loro insegnamento si confutano continuamente l'un l'altro, lasciandosi confutare a loro volta attraverso l'apparenza di una superiore dimostrazione verbale.
2. Perciò, secondo me, risponderai convenientemente a coloro che si interessano delle filosofie profane e che cercano la conoscenza nell'educazione profana, dicendo così: «Miei ottimi amici, vi procurate più ignoranza che conoscenza». Chi cerca la gloria umana, e si adopera in tutti i modi per averla, ottiene più disonore che gloria, perché non si può essere graditi a tutti. Anche quelli che cercano la conoscenza dai saggi profani raccolgono, come sostengono i loro maestri, più ignoranza che conoscenza, perché le opinioni differiscono e si combattono ed ognuna di esse ha più avversari che difensori.
Non sarebbe forse un grosso errore credere che qualcuno di questi saggi possa scoprire le "ragioni" che si trovano nell'Intelligenza creatrice? Chi conosce l'intelligenza del Signore? (Rm 11,34) si chiede l'apostolo. In assenza di queste "ragioni", la sapienza profana non ci arricchirà l'anima di alcuna immagine spirituale. Infatti, la conoscenza che pretende di scoprire attraverso questa saggezza colui che è ad immagine divina è una falsa conoscenza. Acquistandola, l'anima non diviene affatto simile alla Verità in sé e non potrà nemmeno raggiungerla, quindi il loro atteggiamento provocatorio è futile. Ascoltino san Paolo che chiama carnale la saggezza profana (2 Cor 1,12) e che parla della conoscenza che riempie (1 Cor 8,1) come un'intelligenza della carne (Col 2,18).
In che modo la conoscenza della carne potrà svelare all'anima l'immagine divina? Considerate, egli dice, che fra noi che siamo stati chiamati non ci sono molti saggi secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili (1 Cor 1,26). La nobiltà e la potenza della carne non possono rendere l'anima potente e nobile e nemmeno la sapienza della carne può dare alcuna saggezza al nostro intelletto. Infatti, l'inizio della saggezza consiste nell'essere talmente saggi da distinguere e preferire ad una saggezza terrestre, vana e inutile, quella che veramente è utile, celeste e spirituale, quella che proviene da Dio e che a lui conduce, rendendo conformi ad esso coloro che l'acquisiscono.
3. Tuttavia, come loro stessi riconoscono, noi possediamo all'interno le immagini delle "ragioni" che sono nell'Intelligenza creatrice, ma all'origine che cosa rende inconoscibili queste immagini? Non è forse il peccato, l'ignoranza e il disprezzo dei comandamenti? Perché per vedere queste immagini che abitano in noi stessi abbiamo bisogno di un insegnamento? Non è forse perché la parte passionale dell'anima le ha corrotte? Essa non ha forse rovesciato la capacità visiva dell'anima allontanandola dalla bellezza primitiva? È questa che si deve prima di tutto sorvegliare se si vuole custodire intatta l'immagine divina e la conoscenza della verità: allontanarsi dal peccato, osservare la legge dei comandamenti, persistere in tutte le virtù e ritornare a Dio con la preghiera e la vera contemplazione. Senza purezza, anche se tu studiassi tutta la filosofia naturale da Adamo ad oggi, non sarai né meno folle né più saggio.
Pertanto, spogliati di questa filosofia naturale e, a condizione che tu allontani la tua anima dai costumi e dalle malvagie abitudini, acquisterai la saggezza di Dio e solo così, esultante, entrerai nell'eternità con Dio, il solo saggio (Rm 16,27). Le dottrine di cui ho parlato non studiano la grandezza e il movimento del cielo e dei corpi celesti, né le conseguenze che ne derivano, né la terra e quello che la circonda, né i metalli né le pietre preziose che si conservano nelle sue viscere, né i fenomeni che si producono nell'aria secondo il vento che soffia. Concentrare il proprio zelo e il proprio interesse sullo studio delle scienze di simili cose è un'eresia ellenica. Infine, sono tutti stoici quelli che definiscono la scienza il fine della contemplazione.
4. Ed ecco che ora, come tu rilevi, alcuni uomini disprezzano il fine che viene proposto ai cristiani con il pretesto che è troppo modesto: gli indicibili beni che ci sono stati promessi per il secolo futuro! Poiché conoscono solamente la scienza sperimentale, essi cercano di introdurla nella chiesa di coloro che praticano la saggezza di Cristo. Asseriscono che coloro che non possiedono conoscenze scientifiche sono esseri imperfetti ed ignoranti: tutti devono dedicarsi interamente agli studi ellenici e trascurare le dottrine evangeliche; in realtà essi non si spogliano affatto della loro ignoranza, ma si allontanano da colui che dice: siate perfetti (Mt 5,48), se si è in Cristo si è perfetti (Col 1,28) e noi predichiamo tra i perfetti (1 Cor 2,6), perché ignorano completamente questa scienza.
Quando ho parlato di purezza salutare, non intendevo affatto il superamento dell'ignoranza profana, so per certo che esiste un'ignoranza inaccusabile e una conoscenza da biasimare. Non è dunque spogliandoti di questa ignoranza che sarai ripieno della saggezza di Dio e diventerai veramente sua immagine e somiglianza: la perfezione si raggiunge solo con il compimento dei comandamenti evangelici. Dionigi, interprete della Gerarchia ecclesiastica, l'ha dichiarato apertamente: «l'assimilazione e l'unione, egli dice, come insegnano le Sacre Scritture, si compiono con l'amore e la pratica dei santissimi sacramenti». Se le sue parole fossero errate, se l'uomo potesse ritrovare e contemplare la propria immagine divina con l'aiuto dell'educazione profana, i sapienti greci sarebbero più conformi a Dio e lo vedrebbero meglio dei Padri davanti alla legge e meglio dei profeti del tempo della legge, chiamati a questo onore mentre conducevano vita agreste. Giovanni, il più elevato dei profeti, non ha forse trascorso tutta la sua vita, sin dall'infanzia, nel deserto? Non è forse egli il modello a cui tendono con tutte le loro forze coloro che abbandonano il mondo? Questo è palese. Dove erano nel deserto le inutili scuole di filosofia che da questa gente vengono definite salutari? Dove sono i libri voluminosi e coloro che si consumavano per tutta la loro vita a leggerli e a convincere gli altri di fare altrettanto? In questi libri si trovano, forse, le regole della vita solitaria e verginale dei santi eremiti e l'enunciato scritto della lotta che devono condurre, eccitando il lettore all'imitazione?
5. Tralascio colui che è stato il più sublime fra i nati di donna (Mt 11, l l e Lc 7,28). Salito ad un onore così alto non si è preoccupato per niente di quell'educazione che alcuni dicono conduca a Dio, dato che non aveva letto neanche i testi sacri. Ma perché Colui che è prima dei secoli (Gv 8,58), venuto al mondo per testimoniare la Verità (Gv 18,37) e per rinnovare l'immagine divina e riportarla nuovamente all'Archetipo, perché, domando, non ci ha procurato questa rivelazione per mezzo delle scienze profane? Perché non ha insegnato: se vuoi essere perfetto acquisisci l'educazione profana, sforzati di assimilare le scienze, procurati la scienza degli esseri? per affermare al contrario: Vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri (Mt 19,21), prendila croce e seguimi (Mi 16,24; Mc 8,34)? Perché non ha insegnato i rapporti, le configurazioni, le quantità, le fasi e le ingannevoli congiunzioni dei pianeti? Perché non ha risolto le difficoltà dei problemi fisici per estirpare dalla nostra anima le tenebre dell'ignoranza? Per quale motivo i discepoli che chiamava erano pescatori, illetterati, rustici e non sapienti? Non è forse per confondere i sapienti (1 Cor 1,27), come dice san Paolo? Perché ha reso folle la loro saggezza (1 Cor 1,20)? Perché ha ritenuto buono salvare i credenti con la follia della predicazione (1 Cor 1,21)? Non è forse perché il mondo con la sua saggezza non ha conosciuto Dio (1 Cor 1,21)? Questa gente di cui parli cosa impara? E mentre il Verbo di Dio è venuto nella carne, Lui che per noi è stato fatto Saggezza venendo da Dio (1 Cor 1,30), mentre si è accesa la luce che rischiara gli uomini che vanno per il mondo (Gv 1,9), mentre il giorno è apparso e la stella del mattino si è alzata nei nostri cuori (2 Pt 1,19) di credenti, questa gente ha bisogno di una speciale miccia che li conduca alla conoscenza di Dio seguendo i filosofi pagani, i quali inutilmente consigliano di invecchiare presso una lampada fumante e di smettere di purificarsi nella quiete e nel dominio dei pensieri e abbandonare così la preghiera continua che ci innalza fino a Dio.
6. Non è mai venuto loro in mente che siamo stati cacciati dal giardino delle delizie per aver desiderato e gustato l'albero della conoscenza? Non abbiamo voluto coltivarlo e custodirlo (Gn 2,15) secondo il comandamento ed abbiamo ceduto al cattivo consigliere che si era introdotto con l'inganno, per sedurci con la bellezza del bene e del male. Ecco che ora a coloro che non vogliono faticare e custodire i loro cuori secondo l'insegnamento dei Padri, l'ingannatore promette la conoscenza esatta delle sfere celesti, mutevoli e simmetriche, e le loro proprietà. Pure questa è conoscenza del bene e del male. In verità la conoscenza in sé non è né bene né male, ma si modifica in un senso o nell'altro a seconda dell'intenzione di chi la usa. A maggior ragione direi ugualmente che la pratica e gli usi di diverse lingue, la potenza della retorica, la scoperta dei misteri della natura, i diversi modi della logica, i differenti punti di vista nella scienza del calcolo, le misure di forme variate di configurazioni immateriali, tutte queste cose sono sia buone che cattive, non solo perché esse prendono facilmente la forma che dà loro il punto di vista di quelli che le posseggono, ma anche perché il loro studio è buono solamente nella misura in cui sviluppa nell'occhio dell'anima una vista penetrante. Questo studio è invece cattivo per colui che vi si abbandona sino alla vecchiaia. La migliore soluzione, quindi, è di soffermarvisi un po' e poi passare a ciò che è superiore e molto più sicuro, tanto più che il disprezzo delle lettere fa acquisire un largo compenso presso Dio. Per questo il secondo teologo, parlando di sant'Atanasio il Grande, afferma che il profitto da lui tratto dagli studi profani consisté nel definire «quello che giudicò giusto disprezzare». Egli stesso seguì tali insegnamenti perseguendo quello che preferì Cristo.
7. Il maligno cercando di distoglierci con cattiveria da quello che è superiore, procura delle delizie alla nostra anima avvolgendola in maniera quasi indefettibile con legami cari agli uomini pieni di vanità. Egli suggerisce ad alcuni una moltitudine di queste conoscenze, mentre ad altri la ricchezza o la falsa gloria e i piaceri carnali, perché ognuno si occupi, durante la propria vita, della ricerca di queste cose e perché non abbia la forza di intraprendere con fermezza l'educazione che purifica l'anima, il cui principio è il timor di Dio (Pv 1,7), da cui nasce la preghiera continua nella compunzione e nel compimento dei comandi evangelici. Una volta ristabilito, con la preghiera e l'obbedienza, il colloquio con Dio, il timore si cambia in amore e la sofferenza della preghiera in gioia, appare allora il fiore dell'illuminazione; e come un profumo, la conoscenza dei misteri di Dio viene conferita a colui che può sopportarla. Ecco la vera educazione e la vera conoscenza di cui un uomo, consacrato all'amore della vana filosofia, completamente avvolto ed arrotolato dalle sue immaginazioni e dalle sue teorie, non vede neanche lo scopo. Come potrebbe penetrargli nell'anima? Ed anche se vi penetrasse come potrebbe dimorare in un'anima avviluppata, incantata e quasi incatenata da vari e diversi ragionamenti? Ecco perché il timore di Dio è il principio della saggezza e della contemplazione divine; il timore non può abitare in un'anima con altri sentimenti, esso la vuole libera da ogni cosa per renderla luminosa con la preghiera, per farne una tavoletta pronta a ricevere l'iscrizione dei carismi dello Spirito.
8. Il grande Basilio, ricordando le parole del faraone: perdete il vostro tempo, siete pigri, voi dite: preghiamo il Signore nostro Dio (Es 5,17), così commenta: «Ecco la scuola buona e utile per trascorrervi il proprio tempo, mentre la scuola nociva è quella degli Ateniesi, i quali trascorrono il loro tempo nel dire e nell'ascoltare cose nuove, tempo libero che alcuni imitano facendo trascorrere la propria vita e che piace agli spiriti malvagi». E perché non si dica che Basilio ha parlato così solo per designare i chiacchieroni della retorica, ricordiamo quello che afferma altrove quando spiega il comandamento di Salomone: Conosci la saggezza e l'istruzione e comprendi le parole della ragione (Pr 1,2). «Ora, dice, alcuni uomini che dedicano il loro tempo alla geometria, scoperta dagli Egiziani, o all'astrologia, venerata dai Caldei, o che in generale si occupano di figure, di ombre e di meteorologia, hanno rifiutato lo studio delle parole divine; molti di loro, per entusiasmo verso queste cose, sono invecchiati nella ricerca di vanità; perciò negli studi bisogna avere discernimento per scegliere quelli buoni e rifiutare quelli insensati, nocivi e vani». Vedi, gli studi profani li definisce insensati, nocivi e vani, come pure la stessa conoscenza delle scienze e quello che ne deriva, conoscenza che alcuni, come tu dici, dichiarano essere il fine della contemplazione e per questo considerata salvifica. Basilio, scrivendo ad Eustazio di Sebaste, si lamenta della propria vita, perché anch'egli ne ha trascorso gran parte legato a queste scienze: «Io, dice, ho dedicato lungo tempo alla vanità perdendo quasi tutta la mia giovinezza nell'inutile fatica che ho fatto per assimilare le scienze di una saggezza resa folle da Dio: un giorno all'improvviso, come svegliandomi da un sonno profondo, ho compreso l'inutilità di questa saggezza del secolo, ho pianto a lungo sulla mia vita miserabile e ho pregato affinché mi fosse data un'indicazione». Hai inteso quale educazione e quale conoscenza alcuni cercano di esaltare? Esse vengono chiamate: «vanità, fatica inutile, saggezza resa folle, saggezza abolita, saggezza di questo secolo e dei suoi princìpi, saggezza che fa perdere la vita e i costumi conformi a Dio». Ecco perché l'amante della vera saggezza si è pentito di esservisi dedicato: in essa non ha trovato alcuna indicazione per raggiungere la vera sapienza.
9. Oggigiorno, come tu stesso mi dici, esistono persone che giungono ad un notevole grado di impudenza. Affermano che coltivare per tutta la vita l'educazione ellenica non costituisce un ostacolo per raggiungere la perfezione, non ascoltando le parole del Signore che insegnano il contrario: Ipocriti, sapete distinguere i segni del cielo e non sapete distinguere quelli del Regno (Mt 16,3). Il tempo del regno eterno è giunto, il Dio che lo ha donato è fra di noi; se essi cercano veramente di rinnovare l'intelligenza, perché non vanno a lui con la preghiera per ricevere l'antica dignità della libertà, invece di ricorrere a coloro che non hanno saputo nemmeno liberare se stessi? Il fratello di Dio proclama chiaramente: Se qualcuno è privo di saggezza, si rivolga a Dio che la dona a tutti e gli sarà data (Gc 1,5). È forse possibile che la conoscenza derivante dalla saggezza profana scacci dall'anima tutte le cose malvagie che provengono dall'ignoranza, mentre la conoscenza stessa del messaggio evangelico non possa fare altrettanto? Non saranno coloro che ascoltano la legge ad essere salvati, dice Paolo, ma coloro che la compiono (Rm 2,13) e colui che conosce la volontà di Dio e non la compie sarà grandemente castigato (Lc 12,47-48), dice il Signore, più di colui che non la conosce. Non vedi che la conoscenza non serve a nulla? Perché si deve parlare solamente delle cose che si devono fare o del mondo visibile o di quello invisibile? No: la conoscenza di tutte le cose che Dio ha creato non serve a niente. «Quale utilità trarremo dai dogmi, se non conduciamo una vita d'amicizia con Dio, che è venuto a radicarla sulla terra» lo dice Giovanni il teologo dalla bocca d'oro? Per di più: non solo non esiste alcuna utilità in questo tipo di conoscenza, ma ne deriva più spesso grave danno per coloro che la seguono, e dai discorsi che tu mi hai riportato risulta che anch'essi sono delle vittime. Infatti, che cosa dice colui che non è venuto con la superiorità della parola, per non distruggere il mistero della croce (1 Cor 1,7 e 2, 1), colui che non parla con le parole convincenti della saggezza umana, colui che non conosce nulla se non il Signore Gesù e questi crocefisso (1 Cor 2,2), come scrive ai Corinti? La conoscenza riempie di orgoglio (1 Cor 8,1). Vedi che il culmine del male, il crimine tipico del diavolo, è l'orgoglio nato dalla conoscenza? È possibile che ogni passione provenga dall'ignoranza? La conoscenza purifica l'anima? San Paolo sostiene: la conoscenza riempie d'orgoglio, l'amore edifica. Esiste dunque una conoscenza senza amore, la quale non purifica totalmente l'anima, anzi la uccide perché è priva d'amore, testa, radice e corpo di ogni virtù. Perché la conoscenza che non edifica nulla di buono (che è proprio dell'amore), non permette di assomigliare all'immagine di Colui che è buono? Tuttavia, questo aspetto della conoscenza, che secondo l'apostolo riempie d'orgoglio, appartiene al campo della fede e non della natura? Se questa conoscenza riempie d'orgoglio, quanto più lo farà quella di cui parliamo, dato che è naturale e propria del vecchio uomo (Ef 4,22). L'educazione profana serve infatti per la conoscenza naturale e non può mai divenire spirituale, a meno che non si unisca alla fede e all'amore di Dio. O meglio, essa lo può diventare rigenerandosi non solo nell'amore, ma anche nella grazia che deriva da esso, divenendo diversa da ciò che è, nuova e deiforme, pura, pacifica, indulgente, persuasiva, piena di parole fruttuose che edificano coloro che le ascoltano e per questo viene chiamata saggezza dall'alto (Gc 3,17), saggezza di Dio (1 Cor 2,7). Essendo in qualche modo spirituale, essendosi sottoposta alla saggezza dello Spirito, conosce e riceve i doni dello Spirito. L'altra saggezza invece è bassa, psichica e demoniaca, come dice l'apostolo fratello di Gesù (Gc 3,15). Non riceve i doni spirituali perché è scritto: l'uomo psichico non riceve i doni dello spirito (1 Cor 2,14). Poiché vengono considerati come una follia, un errore e una falsa opinione, si cerca di eliminarli conducendo una lotta aperta per distogliere i sensi e introdurvi, per quanto possibile, una falsa dottrina. Essa, con l'astuzia, ne associa pure alcuni per manipolarli a suo beneficio, come fanno gli stregoni con i cibi dal sapore dolce.
10. La conoscenza che procede dall'educazione profana non solo è diversa, ma è anche contraria alla conoscenza vera e spirituale. Tuttavia sembra che alcuni si siano persi da loro stessi e che cerchino di smarrire anche coloro che li ascoltano: ne parlano come se fosse una sola e medesima conoscenza e dichiarano che essa costituisce il fine della contemplazione. Ecco un fatto che ti farà scoprire qualcosa sulla abissale profondità del male in cui sono caduti i filosofi profani. Il maligno e questi filosofi, che da lui traggono la loro perizia nel male, si sono impossessati di uno dei nostri più utili precetti e se ne servono come di un'esca pericolosa, grazie all'identità dei termini impiegati: sii attento a te stesso (Dt 15,9) e conosci te stesso. Però se tu indaghi per sapere quale sia secondo loro lo scopo di questo precetto, troverai un baratro di empietà: essi insegnano la metempsicosi. Non si può conoscere se stessi, sostengono, ed essere fedeli al precetto senza conoscere il corpo in cui altre volte si è stati legati, il luogo in cui si abitava, quello che si faceva e ciò che si ascoltava. Queste cose si apprendono obbedendo allo spirito maligno che, in segreto e con perfidia, le mormora. Ecco dove finiscono coloro che non riescono a scorgere l'inganno del Conosci te stesso, dato che pensano di parlare in conformità con i Padri. Paolo e Barnaba, non ignorando i pensieri del maligno contestarono la donna che diceva loro: Questi uomini sono servitori del Dio Altissimo (At 16,17). Cosa si poteva esprimere di più pio con queste parole? Essi, infatti, conoscevano colui che prende l'apparenza di un angelo di luce (2 Cor 11,14), sapevano che questi servi imitano i servitori della giustizia (2Cor 11,15), per questo respinsero la parola vera che non si confaceva ad una bocca mendace.
11. Sebbene si ascoltino le parole di pietà pronunciate dagli Elleni, non si pensi che venerino Dio e né si contino fra i nostri maestri, poiché hanno rubato le parole ai nostri. Uno di loro, a proposito di Platone, afferma: «Chi è Platone se non un Mosè che parla attico?» . Sappiamo, dunque, che se presso di loro c'è qualcosa di buono, è da noi che l'hanno tratto senza per questo comprenderlo. Anche se uno di loro si esprimesse con le loro stesse parole dei Padri, avremmo una concordanza solo verbale, essendo diverso il pensiero. Infatti, questi ultimi, secondo Paolo, hanno l'intelligenza di Cristo (1 Cor 2,16), gli altri esprimono nella forma migliore un ragionamento umano. Come il cielo è distante dalla terra, così il mio pensiero è distante dai vostri pensieri (Is 55,9), dice il Signore. D'altronde, anche se questi filosofi, a volte, avessero un pensiero in comune con Mosè, Salomone e i loro discepoli, cosa servirebbe loro? Quale uomo sano di spirito, appartenente alla chiesa, potrebbe concludere che il loro insegnamento proviene da Dio? Allo stesso modo dovrebbe allora affermare che anche gli eretici, apparsi dopo Cristo, ricevevano le loro dottrine da Dio, dato che anche loro esprimono una verità simile, manipolando quella ricevuta dalla chiesa. Ogni dono perfetto viene dall'alto, dal Padre delle luci (Gc 1,17), ha dichiarato il discepolo della luce. Le verità mutile degli eretici non fanno che danneggiare chi li ascolta. Un essere vivente anche se è mutilato è sempre vivente, ma un dio che non crea dal nulla, che non è esistito prima delle nostre anime, né prima di quello che chiamiamo la materia informe, o meglio prima della materia che in se stessa possiede il suo equilibrio e la sua forma, senza essere ancora ordinata, come può essere Dio? E per aggiungere la parola del profeta: Che scompaiano questi dèi che non hanno creato nulla, dal nulla, né la terra né il cielo (Ger 10,11) e con loro quelli che affermano che sono degli dèi. Questi a cui si dà il titolo di teologi o di maestri, e che ritengono di poter prendere in prestito i loro termini teologici, bisogna pure menzionarli? Bisogna, forse, escludere dalla luce ogni uomo che viene nel mondo (Gv 1,9) ed aspettare che queste terribili tenebre dell'ignoranza ci diano l'illuminazione, col pretesto che anche nei serpenti c'è qualcosa di utile? Però, la carne dei serpenti è utile se li si uccide, se la si secca, se la si prepara e la si usa con discernimento contro i loro morsi. Quelli che li uccidono, in questa maniera, ne ricavano vantaggio contro gli stessi serpenti, come se con la propria spada uccidessero un nuovo Golia che si innalza e che si oppone a noi, che ingiuria l'esercito del Dio vivente (1 Re 17,36) educato intorno alle cose divine assieme a peccatori ed illetterati.
12. Noi non proibiamo a nessuno, se qualcuno lo desidera, di iniziarsi all'educazione profana, a meno che non abbia abbracciato la vita monastica. Però non consigliamo nemmeno di dedicarvisi sino alla fine, e con fermezza proibiamo di trarne una qualsiasi certezza riguardo la conoscenza delle cose divine, perché è impossibile ricavarne un qualche insegnamento su Dio. Dio l'ha resa folle; non che l'abbia creata così - infatti, in che modo la luce produrrebbe le tenebre? - ma l'ha destinata a sbagliare nella sua follia, senza rapportarla alla sua saggezza. Attenzione! Poiché se si afferma questo si potrebbe dire che la legge data a Mosè è anch'essa abrogata e resa folle in seguito all'apparizione della legge della grazia. In realtà essa è per nulla contraddetta da Cristo dato che proviene dal Padre, mentre la saggezza degli Elleni è stata certamente resa folle per il fatto che non procede da Dio. Ora, tutto quello che non proviene dalla divinità non esiste, dunque la saggezza degli Elleni è una falsa saggezza. L'intelligenza che l'ha scoperta, in quanto intelligenza deriva da Dio, ma la saggezza, dato che si è allontanata dal fine che le era proprio, non deve essere considerata come una saggezza, ma piuttosto un aborto di saggezza, contraria alla religione, una saggezza, cioè, resa folle. È per questo che l'apostolo dice che è stata resa folle, non dal suo stesso sapere, ma perché ricerca le cose di questo secolo, non conosce il Dio eterno e non vuole conoscerlo. È dopo essersi chiesto: dov'è il cercatore di questo secolo? che l'apostolo aggiunge immediatamente: Dio ha reso folle la saggezza di questo secolo (1 Cor 1,20), dimostrando, cioè, come questa si fosse allontanata dalla vera conoscenza e come sia stata resa folle dall'intervento di Dio e della sua Sapienza apparsa sulla terra. Secondo Dionigi, «il bene superiore non si oppone a quello inferiore», così le cose intelligibili non si indeboliscono le une con le altre e ogni cosa bella vede accresciuta la sua bellezza con l'apparizione della bellezza superiore. Cosa accadrà quando la stessa Potenza, fonte del bello, apparirà? Non si potrà dire che le "seconde luci", intendo con ciò le nature che sono al di sopra di questo mondo, saranno rese inutili dalla prima Luce che illumina; né che la nostra ragione e la nostra intelligenza, inferiore di molto a queste luci, tuttavia sempre luci, diverranno tenebre a causa dell'apparizione della luce divina, visto che essa è apparsa per ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1,9). Colui, però, che si opporrà a questa luce, sia esso angelo o uomo, diverrà tenebra, perché si separerà da essa di sua volontà e da essa verrà abbandonato.
13. È in questo modo che la saggezza profana, opponendosi a quella divina, è divenuta follia. Se fosse stata capace di discernere e di annunciare la sapienza di Dio alle creature, se avesse fatto apparire ciò che era nascosto, se fosse stata uno strumento di verità per far scomparire l'ignoranza, se per partecipazione fosse stata quello che l'oggetto del suo messaggio è in quanto Causa, come avrebbe potuto essere resa folle da Colui che ha donato la saggezza alla creazione? Come mai lo svantaggio che ha ricevuto non la conduce alla Saggezza stessa di Dio, apparsa di fronte all'universo? Colui che ha stabilito la pace nel mondo intero, e in particolare in ogni creatura, non combatterebbe forse se stesso dato che da una parte sarebbe fonte di saggezza, e dall'altra, in seguito alla sua venuta, la colpirebbe assieme a quelli che l'hanno ricevuta? Bisognerebbe che questa saggezza esistesse non per essere resa folle, ma per essere completata allo stesso modo della Legge antica, a proposito della quale Paolo scrive: aboliamo dunque la Legge! Mai, al contrario la confermiamo (Rm 3,31). Il Signore ci esorta anche a scrutarla, perché in se stessa possiede la vita eterna, e dice ancora: se voi avete avuto fede in Mosè, avete fede in me (Gv 5,46). Vedi quale straordinaria concordanza esiste fra la Legge e la grazia? Per questo motivo quando è apparsa la vera luce la Legge è migliorata, si è manifestata nella sua bellezza nascosta, ma questo non riguarda la saggezza ellenica, quest'ultima con un involucro di parole eleganti, piacevoli ed insinuanti nascondeva la follia. Qui non si tratta di una follia per trascendenza, come sarebbe se fosse al di sopra della ragione, tale è la denominazione misteriosa della saggezza di Dio (1 Cor 2,14), ma di una follia dovuta all'assenza di conoscenza della verità, visto che ha tralasciato il fine che conviene ad una saggezza tipicamente umana. Essa, non solo l'ha abbandonato, ma si è completamente smarrita in una direzione contraria per proseguire nella menzogna, credendola verità. Essa cerca di calunniare la verità come se fosse menzogna, ed oppone la creazione al Creatore. Anche oggi essa agisce utilizzando le Scritture dello Spirito contro lo Spirito, contro le sue opere e gli uomini spirituali.
14. L'insensata filosofia dei saggi profani non comprende e non rivela la saggezza divina. Come potrebbe essere diversamente, dato che per suo mezzo il mondo non ha conosciuto Dio? (1 Cor 1,21). Quando Paolo dice che conoscendo Dio non l'hanno glorificato come Dio (Rm 1,21), contraddice forse se stesso, lui, discepolo ed erede della pace soprannaturale, presente in ognuno di noi e data solo da Cristo? Egli afferma, però, che i filosofi sono riusciti solo a concepire Dio, ma in maniera a lui poco conveniente: non l'hanno glorificato come il Creatore di tutte le cose, come l'Onnipotente, come Colui il cui sguardo si allarga su tutto, come l'unico essere senza inizio ed increato. Questo perché, abbandonati da Dio, i saggi, come sempre ha dimostrato Paolo, furono abbandonati al loro senso reietto, perché adoravano la creatura invece del Creatore (Rm 1,28 e 25), rotolandosi nel fango della vergogna e delle basse passioni. E peggio: hanno stabilito leggi e composto scritti, si sono accordati con demoni e fanno l'elogio delle passioni. Vedi, dunque, che la sapienza dei filosofi di questo mondo possiede la follia sin dall'inizio e che per questo partecipa alla sua stessa natura. Non l'ha acquisita dall'esterno. Colui che l'ha rifiutata, gettandola dal cielo, quello stesso l'ha resa folle oggi venendo sulla terra, perché essa si oppone alla semplicità e alla diffusione del Vangelo. Infatti, l'uomo che le accorda ancora l'attenzione della sua intelligenza, sperando per suo mezzo di poter raggiungere la conoscenza di Dio o di ricevere la purificazione dell'anima, subisce i suoi mali e da saggio diventa folle. La prova evidente di questa sua follia, la prova prima e unica, è che attraverso la fede non accetta le tradizioni che abbiamo ricevuto dai santi Padri, pur sapendo che sono migliori e più sagge di quelle che provengono dalla ricerca e dal ragionamento umano. Questo lo sanno non solamente quelli che hanno ricevuto queste tradizioni, ma anche quelli che per esperienza ne hanno raccolto i frutti, perché nel loro intimo comprendono che la follia di Dio è più saggia di quella degli uomini (1 Cor 1,25), potendone recare testimonianza.
15. Questa, però, è solo la prima prova che i saggi sono grandemente folli. Ecco la seconda, ancora più importante: la potenza della ragione inesistente e resa folle entra in conflitto con coloro che accettano queste tradizioni nella semplicità di cuore; disprezza gli scritti dello Spirito, seguendo l'esempio degli uomini che li hanno trascurati e che hanno innalzato la creazione contro il Creatore; essa combatte le attività mistiche dello Spirito che agiscono meglio della ragione. La terza prova, più evidente, è questa: i saggi affermano di essere stati resi tali da Dio, come i profeti, nonostante Platone, facendo l'elogio di uomini celebri come loro, dica chiaramente all'inizio del suo encomio, che sono affetti da pazzia: «il risultato di opere poetiche composte senza l'aiuto dei demoni in se stesso è imperfetto, l'opera dell'uomo che si domina è oscurata da quella dei folli». Prima di iniziare a dissertare sulla natura del mondo attraverso la voce di Timeo, lo stesso Platone fa voto di non dire nulla che non sia caro agli dèi. Ma la filosofia cara ai demoni come può essere di Dio e procedere da lui? Per quanto riguarda Socrate, un demone lo accompagnava nell'iniziazione e probabilmente fu lui stesso a suggerirgli che era il più saggio degli uomini. Omero invoca una dea che lo ispiri a cantare l'ira di Achille, permettendo al demone di usarlo come strumento, facendo così risalire la causa della propria saggezza e della propria eloquenza a quella dea. A Esiodo, autore della Teogonia, non basta subire l'azione di un solo demone, bensì di nove nello stesso tempo sia da Pieria che da Elicona. Egli, infatti, «si è riempito di ogni specie di saggezza che loro gli hanno infuso, mentre conduceva al pascolo per la montagna i maiali, mangiando l'alloro dell'Elicona». Un altro dio fa godere della sua luce un altro di questi saggi; un altro testimonia di aver imparato tutto da una musa poetica. Un altro fa voto che un intero coro di muse danzi nella sua anima, affinché la figlia di Pieros dalle sette stelle gli infonda il suo insegnamento sulle sette zone, i sette pianeti e le loro proprietà, Urania, figlia di Giove, gli insegni l'astrologia e gli dèi guardiani di quaggiù gli insegnino i misteri della terra.
16. Vuoi indurci ad affermare che coloro che parlano apertamente in questa maniera posseggono la saggezza divina? No, fino a quando sentiremo il bisogno della vera saggezza che non penetra nell'anima colma di artifici e amica dei demoni; e se mai vi fosse penetrata prima, sarebbe comunque fuggita prima non appena l'anima si fosse rivolta al male. Questo perché lo Spirito Santo educatore si allontana dai pensieri privi di intelligenza (Sap 1,5), come afferma Salomone. C'è qualcuno più idiota di questi che si vantano di essere iniziati ai misteri dei demoni, attribuendo loro l'origine della propria saggezza? Quanto contestato finora non riguarda la filosofia in generale, ma la loro filosofia. Infatti, come dice san Paolo, non si può contemporaneamente bere la coppa del Signore e quella dei demoni (1 Cor 10,21), come si può possedere la saggezza di Dio, essendo ispirati dai demoni? Colui che ha intravisto nella vera sapienza un mezzo di Dio, ha conosciuto Dio. Il grande Dionigi afferma: «Bisogna che i veri filosofi della conoscenza degli esseri risalissero alla causa degli esseri».
17. Il vero filosofo, dunque, risale alla Causa, e colui che non lo fa non è un vero filosofo e non possiede la saggezza, ma una specie di idolo mendace della vera saggezza, una sua negazione. Come si può chiamare «Saggezza divina» una sua negazione? D'altro canto l'intelligenza demoniaca in quanto intelligenza è una cosa buona, ma diviene cattiva quando abusa di se stessa. Conoscere meglio tutte le misure del mondo, le evoluzioni e le definizioni dei corpi celesti è un'intelligenza priva di intelligenza, piena di tenebre, visto che non impiega la sua conoscenza per avvicinarsi a Dio. Allo stesso modo, la saggezza ellenica pensa di potersi fondare sulla saggezza di Dio per dimostrare che Dio non è il Signore di tutte le cose e neanche il Creatore dell'universo. Non si ricorda che tutto ha una causa! Rifiuta di adorare il vero Dio e «oppone, come dice Dionigi il Grande, irreligiosamente le cose divine a se stesse», divenendo così folle ed insensata. Come sarebbe la saggezza divina? Riguardo a ciò Paolo ci mostra che essa ha due aspetti; egli afferma: Nella saggezza di Dio il mondo non ha conosciuto Dio con la saggezza (1 Cor 1,21). Non rilevi che da una parte ha parlato della saggezza di Dio e dall'altra semplicemente di saggezza, causa dell'ignoranza di Dio? Quest'ultima è quella scoperta dagli Elleni. Cosa dice ancora più avanti il teosofo? Noi predichiamo la saggezza di Dio (1 Cor 2,7). Forse che gli Elleni sono d'accordo con lui, o meglio, che Paolo sia d'accordo con loro? Per niente! Egli stesso esclude la possibilità di una simile affinità quando sostiene: Noi predichiamo fra i perfetti una saggezza che non è la saggezza di questo secolo, né i princìpi di questo secolo che vanno distrutti, ma una saggezza che nessuno di questo secolo ha conosciuto (1 Cor 2,6.8). Quest'ultima si trova in noi nel Cristo Gesù che per noi è stato fatto saggezza da Dio (1 Cor 1,30). Per quanto riguarda l'altra saggezza, essa non è in noi, ma nelle creature che si osservano, ricercandone i princìpi, giungendo così ad una certa concezione di Dio, ricavata dalla natura e dalla creazione.
18. Questi filosofi sono giunti ad una certa concezione di Dio esaminando la natura delle cose sensibili, però non sono pervenuti ad una concezione degna di Dio e della sua natura beata. I loro cuori insensati sono stati ottenebrati (Rm 1,21) dai demoni malvagi che trasmettevano loro il proprio insegnamento con raccapriccianti manovre. Infatti, quest'ultimi, come avrebbero potuto essere scambiati per dèi se un pensiero degno di Dio fosse apparso nella ragione di questi filosofi? Hanno calunniato sia Dio che la natura e così, avvolti da questa saggezza piena di stupidità e follia e dalla loro misera educazione, hanno privato Dio della sua sovranità trasferendola alla natura. Erano poi dell'opinione che il Nome divino appartenesse ai demoni allontanandosi così di molto dalla conoscenza reale degli esseri, oggetto del loro desiderio e del loro zelo. Hanno pure sostenuto che gli esseri inanimati avessero un'anima e che partecipassero ad un'anima superiore alla nostra, e che gli esseri privi di ragione ne avessero una, dato che potevano ricevere un'anima umana, e credevano, inoltre, che i demoni ci fossero superiori e fossero i nostri creatori. Fra le cose coeterne a Dio, increate e senza principio, hanno posto non solo la materia e quella che chiamano Anima del Mondo con gli intelligibili privi dello spessore corporale, ma anche le nostre anime Possiamo supporre che coloro che filosofeggiano in questo modo posseggano la saggezza di Dio, o quanto meno, che posseggano una saggezza umana? Un buon albero, dice il Signore, non dà frutti cattivi (Mt 7,18). Per quanto mi riguarda, quando vi penso, credo che questa saggezza non possa essere nemmeno definita «umana», infatti essa è in contraddizione con se stessa quando afferma che gli esseri possono essere sia animati che inanimati, dotati o sprovvisti di ragione, per sostenere poi che esseri per natura privi di sensibilità e di organi necessari a queste facoltà, possono contenere le nostre anime. Se Paolo qualche volta si riferisce alla saggezza umana, lo fa in questi termini: La mia predicazione non si fonda sulle parole persuasive della saggezza umana (1 Cor 2,4), e di nuovo: Non parleremo con parole che insegna la saggezza umana (ICor 2,13); egli ritiene giusto chiamare quelli che l'hanno acquisita: saggi secondo la carne (1 Cor 1,26), saggi resi folli (Rm 1,22) e disputanti di questo secolo (1 Cor 1,20). Allo stesso modo la loro saggezza viene da lui definita con simili parole: essa è saggezza resa folle, saggezza abolita, vana frode, saggezza di questo secolo che appartiene ai princìpi aboliti di questo secolo.
19. Anch'io odo la voce del padre che dice: «Guai al corpo che non distrugge il nutrimento esteriore e guai all'anima che non riceve la grazia dall'alto! ». E giusto. Il corpo quando sarà inanimato perirà, e l'anima, una volta sviata da se stessa, si lascerà trasportare nella strada del male e dai pensieri dei demoni. Se si afferma che la filosofia, in quanto naturale, è un dono di Dio, si dice il vero e non ci si contraddice, però questo non toglie l'accusa che pesa su coloro che l'hanno usata male, abbassandola a fini contro natura. Sappi anche che la loro condanna sarà più pesante, perché hanno impiegato quello che è stato dato loro da Dio contro di lui. D'altronde l'intelligenza demoniaca, in quanto creata da Dio, possiede per natura la facoltà di ragionare, tuttavia non si può assolutamente affermare che essa provenga da Dio, solo la sua possibilità di azione proviene da lui: si può giustamente affermare che la ragione è follia. Anche l'intelligenza dei filosofi profani è un dono divino nella misura in cui possiede per natura una saggezza dotata di ragione, essa però è stata talmente allontanata da Dio dalle astuzie del maligno che si è trasformata in saggezza folle, cattiva ed insensata, perché difende simili dottrine. Si può anche affermare che perfino i demoni possiedono un desiderio e una conoscenza non pienamente malvagi, dato che desiderano esistere, vivere e pensare. Riteniamo, però, che nessuna cosa in se stessa è cattiva, ma lo è se si allontana dall'azione che le è propria e conveniente e dal suo fine ultimo.
20. Quale deve essere il fine di coloro che ricercano la saggezza di Dio nelle creature? Non devono forse acquistare la verità e glorificare il Creatore? Questo è chiaro a tutti, però la conoscenza dei filosofi pagani si è allontanata dall'uno e dall'altro fine. È utile in qualcosa? Sicuramente. I medici pensano che non vi sia farmaco migliore di quello che si trae scorticando la carne dei serpenti, e per confezionare antidoti efficaci essi utilizzano gli alimenti più dolci per celare al palato il dannoso preparato. Allo stesso modo anche í filosofi pagani posseggono qualcosa di utile, come nel miscuglio di miele e di cicuta; però sono da temere coloro che vogliono dividere il miele dal miscuglio, perché inavvertitamente possono ingurgitare un residuo mortale. Se tu esaminassi a fondo il problema vedresti che tutte o quasi tutte le eresie traggono da qui la loro origine. Gli «icognosti», infatti, ritengono che l'uomo riceva l'immagine di Dio con la conoscenza e che essa renda la propria anima conforme a Dio. È stato detto a Caino: quello che offrirai rettamente, senza rettamente dividere... Ma dividere rettamente non è proprio di tanti uomini: dividono giustamente solo coloro che hanno i sensi dell'anima affinati a discernere il bene e il male. Che bisogno abbiamo di correre inutilmente questi pericoli quando possiamo contemplare nelle creature la saggezza di Dio non solo senza alcun pericolo, ma con utilità? Solo la speranza in Dio libera dalle preoccupazioni e spinge l'anima alla comprensione delle creature di Dio: l'anima allora viene presa da stupore e approfondisce la sua comprensione, persistendo nella glorificazione del Creatore e, con questo miracolo, si trova trasportata in ciò che le sta al di sopra. Secondo sant'Isacco: «essa incontra tesori che non si possono esprimere con parole» e servendosi della preghiera come di una serratura, penetra in quei misteri che l'occhio non ha vasto, l'orecchio non ha inteso, perché non sono saliti nel cuore dell'uomo (1 Cor 2,9), ma manifestati a coloro che ne sono degni solo dallo Spirito, secondo quello che dice Paolo.
21. Vedi la strada più breve, più vantaggiosa e priva di pericolo che conduce ai tesori sovrannaturali e celesti? A1 contrario, nella saggezza profana devi prima uccidere il serpente, dopo aver sconfitto l'orgoglio che ti deriva dalla saggezza. Quale difficoltà! Per questo si dice: «l'arroganza della filosofia non ha niente in comune con l'umiltà». Dopo averlo vinto devi separarti da lui e gettare la testa e la coda, perché sono cose estremamente malvagie: l'opinione errata sulle cose intelligibili, divine e originarie e gli scritti fantastici che riguardano la creazione. Devi allontanarti dai concetti nocivi allo sviluppo delle facoltà di discernimento e di osservazione che possiede la tua anima, come fanno i creatori di farmaci che purificano le carni di serpente con fuoco e acqua. Tuttavia se userai con senno questa parte ben scorticata della saggezza profana, non ci sarà nulla da ridire, perché per natura può divenire uno strumento del bene, sebbene non possa essere chiamata dono di Dio perché essa appartiene all'ordine della natura, e non a quello metafisico. Infatti Paolo, sapiente sulle cose divine, la chiama carnale (2Cor 1,12): Vedete, fra noi che siamo stati chiamati non ci sono saggi secondo la carne (1 Cor 1,26). Chi sarebbe in grado di far miglior uso della propria saggezza se non quegli uomini che Paolo chiama saggi del mondo esterno? (1 Tm 3,7). Questi, avendo avuto come meta la saggezza, correttamente li chiama saggi secondo la carne.
22. Il piacere della procreazione nel matrimonio canonico, essendo un piacere carnale non può essere attribuito a Dio; allo stesso modo la conoscenza profana non si può che ritenere naturale e non originata dalla grazia. Il fatto che essa si acquisisca attraverso la pratica (con sforzo e fatica) comprova la sua origine naturale, non spirituale. La nostra teosofia è un dono divino, non naturale; la ricevono dall'alto gli umili peccatori, secondo Gregorio il Teologo, ed essi divengono figli del tuono la cui parola risuona sino ai confini dell'universo; trasforma i pubblicani e i persecutori in mercanti di anime: Saulo diviene Paolo ed abbandona la terra per raggiungere il terzo cielo e comprendere cose indicibili (2Cor 12,2-4). Per suo mezzo diveniamo simili all'immagine di Dio e tali rimaniamo anche dopo la morte. Si dice che Adamo possedesse la saggezza naturale più di tutti i suoi discendenti, anche se è stato il primo a non preservare la conformità dell'immagine. D'altra parte la filosofia profana, supporto di questa teosofia, esisteva prima della venuta di Colui che doveva richiamare l'anima alla sua bellezza originaria: allora, mi chiedo, perché non siamo stati rinnovati prima dell'avvento di Cristo? Perché abbiamo avuto bisogno non di un maestro di filosofia, non di un'arte che scomparisse con questo secolo, ma di Colui che toglie i peccati del mondo (Is 53,7 e Gv 1,29) e che dà la sapienza vera ed eterna? Vedi chiaramente che non è lo studio della scienza profana che conduce alla salvezza e purifica la capacità di conoscenza dell'anima, rendendola simile all'archetipo divino. Terminerò come si conviene: se un uomo si volge verso le prescrizioni della Legge per trovarvi la purificazione, Cristo non gli servirà a niente, non più delle scienze profane, anche se in altri tempi queste prescrizioni sono state emanate da Dio. Se qualcuno si rivolge alla filosofia profana, Cristo non gli sarà utile. Paolo, bocca di Cristo, dice che questi ce ne dà testimonianza.
23. Fratello, ecco cosa dirai a coloro che esaltano oltre misura la saggezza profana. Mostra loro, riferendoti ai passi qui sotto riportati, quanto inutile e disprezzabile essa si manifesti agli occhi dei nostri santi Padri, soprattutto a coloro che ne hanno fatto esperienza.
Del Nisseno, dalla Contemplazione della creazione del corpo: «Questa è la legge del gregge spirituale: non sentire necessità della voce che trattiene all'esterno della chiesa e, come dice il Signore, non dar mai ascolto ad una voce estranea».
Dello stesso, a Eupatrio: «Il tuo zelo per le lettere profane ci fornisce la prova che non hai alcuna sollecitudine per le discipline divine».
Del grande Basilio, dal Commento al salmo VII: «Abbiamo trovato due significati della parola verità: uno concernente la comprensione delle due vie che conducono alla vita beata, l'altro la pura conoscenza di un qualche fenomeno del mondo. La prima verità contribuisce alla nostra salvezza: essa si trova nel cuore del perfetto che la trasmette, senza mutarla, al suo prossimo; quello che riguarda la terra e il mare, le stelle con i suoi movimenti o la loro velocità, se non conosciamo la verità che li riguarda, non ci faranno entrare nella beatitudine promessa». Del grande Dionigi, dal primo libro della Gerarchia ecclesiastica: «Come insegnano le Sacre Scritture, l'assimilazione e l'unione con Dio, si completano solamente con l'amore e la santa pratica dei venerabili comandamenti».
Di Crisostomo, dal Commento del santo Vangelo secondo Matteo: «Neppure in sogno i saggi profani si sono immaginati quello che i peccatori e gli illetterati ci annunciano con numerosi ragguagli. Avendo abbandonato la terra, essi parlano di tutto quello che c'è nei cieli, ci fanno scorgere una nuova vita e una nuova esistenza, una nuova libertà e una nuova schiavitù e un altro mondo, in parole povere tutte cose diverse, non come Platone e Zenone che si sono limitati a compilare leggi. La loro stessa personalità ci ha mostrato che uno spirito selvaggio e un demone maligno, che combatte la nostra natura, ha istruito le loro anime. I peccatori ci insegnano delle conoscenze che nessun filosofo è mai riuscito a comprendere; giustamente le teorie di questi filosofi sono passate e scomparse nel disprezzo, prive di valore come una ragnatela, o meglio, come oggetti degni d'essere derisi, impudenti, pieni di tenebre e di futilità. Le nostre dottrine non sono però di questo tipo».
Di san Gregorio il Teologo: «La saggezza prima è una vita piena di lodi, una vita che sta per essere purificata dal Purissimo e dal Luminosissimo, da Colui che ci chiede un solo sacrificio: la purificazione. La saggezza prima sta nel disprezzare quella fatta di parole, di sottigliezze verbali ed antitesi ingannevoli e superflue. Ecco la saggezza di cui mi vanto e che ricerco: quella con cui i peccatori hanno limitato l'intera ecumene con i vincoli del Vangelo, con la loro parola perfetta e concisa, dopo aver vinto la saggezza abolita».
Di san Cirillo, dal Commento al salmo IX: «Coloro che hanno praticato la saggezza mondana, demoniaca ed animale fanno sprofondare nel fuoco Coloro che sono poco intelligenti; li trasformano in figli della geenna, parlano in favore della menzogna, con la lingua tesa ornano la loro astuzia, riuscendo così ad ingannare molta gente che si fa carpire con i consigli dei ciarlatani come cadessero dai t ili, perché tutti i loro consigli sono trappole e nodi che scorrono per coloro che sono ignoranti».
Del Nisseno, dal Commento all'Ecclesiaste: «Guarda la dimostrazione sillogistica dell'Ecclesiaste: molta conoscenza segue a molta saggezza ed un'abbondanza di sofferenze fa seguito ad un'abbondanza di conoscenza (1,18). Così l'assimilazione delle numerose scienze superflue dei profani, la saggezza e la conoscenza umane più elevate, acquisite con veglie e dolori, non soltanto non arrecano niente di necessario, niente di utile, niente che procuri la vita eterna a coloro che vi dedicano il loro zelo, ma, al contrario, solo sofferenze più grandi. Tutto questo bisogna abbandonarlo e vegliare nel canto, nelle preghiere e nelle suppliche verso il proprio Creatore, nostro Dio e Signore. Bisogna abbandonarsi a lui fermamente, dedicargli il nostro tempo, elevare il nostro cuore e la nostra intelligenza verso l'incomprensibile altezza della maestà divina, fissare il nostro sguardo sulla bellezza del sole di gloria, lasciarci illuminare dall'interno e dall'esterno con la partecipazione e le comunioni che ne derivano, abbandonarci alla gloria indicibile nella misura in cui può essere contemplata ed immaginata, e, infine, dobbiamo riempirci della gloria divina ed inesprimibile, affinché le nostre preoccupazioni inutili non ci facciano condannare subito dopo la scuola insensata».